Miomojo, l’innovazione che unisce estetica e responsabilità ambientale
Brand bergamasco certificato B Corp, Miomojo unisce design contemporaneo, etica animale e ricerca sui materiali Next-Gen. L’obiettivo è creare borse eleganti e durevoli senza ricorrere a pelle o derivati animali, dimostrando che l’innovazione può trasformare il lusso in un luogo più responsabile e sostenibile.
Miomojo ha scelto di non utilizzare pelle, lana, seta, piume o pellicce. Ogni materiale viene selezionato e lavorato con attenzione, con l’obiettivo di ridurre al minimo l’impatto su animali, ambiente e comunità. Con Elisa Di Lonardo, Head of Marketing di Miomojo, abbiamo approfondito la loro scelta di puntare su materiali innovativi e rispettosi del Pianeta, un’impostazione che definisce in modo distintivo l’identità e la direzione del brand.
Ci racconta chi è Miomojo e di cosa si occupa?
«Miomojo nasce da un’idea semplice ma radicale: portare nel mondo del lusso una bellezza che non ferisce, capace di coniugare estetica e rispetto. In un settore spesso legato all’opulenza, abbiamo scelto una via più complessa ma autentica: un’estetica essenziale, discreta e profondamente italiana, fondata su un’etica chiara e non negoziabile. Siamo un brand che unisce design contemporaneo, impatto positivo e una visione orientata al lungo periodo. Non vogliamo solo creare borse: vogliamo dimostrare che il business può rigenerare, includere, migliorare.
Per questo siamo una delle pochissime B Corp del fashion internazionale: una certificazione che non è un’etichetta, ma un impegno misurabile che guida governance, filiera e progetti sociali. Nel nostro percorso abbiamo scelto materiali che non causano sofferenza animale né costi ambientali inutili, puntando su soluzioni Next-Gen, bio-based e riciclate. Non perché sia la via più semplice, ma perché è la via giusta».
Nel 2025 è davvero possibile fare moda riducendo al minimo l’impatto sul Pianeta?
«Sì, ma solo ripensando materiali e modello produttivo. La vera innovazione sostenibile non è un gesto cosmetico: è un cambio di paradigma. Oggi esistono alternative che riducono emissioni, sprechi e consumo di risorse, escludendo completamente la filiera animale, tra le più impattanti in termini di suolo, acqua e CO₂. In Miomojo investiamo ogni anno in ricerca: selezioniamo materiali con un impatto fino a sei volte inferiore rispetto alla pelle animale o alle soluzioni petrolchimiche. Ma sostenibilità non significa rinunciare alla bellezza: il punto è dimostrare che estetica ed etica possono convivere».
Cosa e quali sono i materiali “Next-Gen”?
«Non parliamo solo di nuove materie prime, ma di una nuova idea di moda. Sono materiali che nascono da filiere più intelligenti, dalla capacità di trasformare ciò che esiste già – scarti agricoli, residui industriali, risorse rinnovabili – in superfici morbide, performanti e raffinate. Negli ultimi anni abbiamo lavorato con soluzioni che raccontano un’Italia diversa, innovativa: materiali ottenuti dalle mele dell’Alto Adige, dalle arance siciliane, dal mais e perfino dagli scarti della risicoltura, con componenti bio-based che possono superare il 90%. E accanto a queste innovazioni già mature, stiamo esplorando una frontiera completamente nuova: i materiali ottenuti dal micelio di funghi coltivati in laboratorio, una tecnologia che potrebbe rivoluzionare l’intero settore nei prossimi anni. Ciò che accomuna tutti questi materiali non è solo la loro origine: è la loro intenzione. Dimostrano che possiamo creare bellezza senza dipendere da impatti ambientali sproporzionati. E che l’innovazione può essere elegante».
Il consumatore è sempre più attento e l’etica aziendale incide sulle scelte d’acquisto: qual è la filosofia etica di Miomojo?
«Si basa su un principio semplice: la bellezza non dovrebbe mai costare la libertà o la vita di un altro essere vivente. Miomojo nasce come una scelta etica prima ancora che estetica. La sofferenza animale non è un dettaglio laterale del fashion system: è il cuore di una filiera che per decenni è stata normalizzata e invisibile. Noi abbiamo deciso di renderla visibile, e di proporre un’alternativa.
Oggi devolviamo il 10% del fatturato a cause ambientali e animaliste e collaboriamo con realtà internazionali come Sea Shepherd, FOUR PAWS e Animal Equality. Sosteniamo anche progetti sociali, come l’inserimento lavorativo di giovani con sindrome di Down. Per noi l’etica non è un claim, è un sistema di decisioni quotidiane che riguarda materiali, filiere, partner e comunicazione».
Le vostre borse rappresentano un cambio culturale. Perché questo approccio fatica ancora ad affermarsi?
«Cambiare un modello consolidato richiede tempo, coraggio e un nuovo immaginario. Scardinare paradigmi così radicati significa compiere un gesto culturale, non solo industriale. Oggi, però, la percezione sta cambiando: i brand parlano di quiet luxury e responsabilità, i consumatori sono più informati. La transizione non è totale perché richiede investimenti, ricerca continua e margini più bassi nel breve periodo. Ma è qui che si vede la differenza tra chi segue e chi guida il cambiamento».
Il lusso del Made in Italy è rinomato in tutto il mondo. Quanta artigianalità si cela dietro le vostre borse?
«Ogni borsa Miomojo nasce in Italia, nei distretti manifatturieri dove la cura del dettaglio è una competenza tramandata come un patrimonio culturale. La nostra filiera è composta da realtà che incarnano l’eccellenza artigianale italiana: laboratori altamente specializzati, controllo qualità meticoloso, tecniche di lavorazione perfezionate nel tempo. Realizzare un prodotto con materiali Next-Gen richiede una maestria ancora maggiore: sono materiali che necessitano di un know-how avanzato e di un dialogo costante tra design, artigiano e ricerca. È qui che nasce la nostra identità: la fusione tra innovazione e tradizione italiana. Non è solo Made in Italy. È il nuovo artigianato italiano, che evolve insieme al mondo».
Articolo di Monica Penzo Preden




