Lombardia, la ripresa prende forma ma resta selettiva: territori e filiere ridisegnano la nuova geografia industriale
La fotografia della manifattura lombarda alla fine del 2025 diventa sempre più chiara man mano che si allarga lo sguardo ai diversi territori. Dall’asse Brescia-Bergamo fino all’area metropolitana Milano-Monza Brianza-Lodi, passando per il sistema produttivo di Cremona, Mantova e Pavia, emerge un elemento comune: la fase di rallentamento ciclico sembra superata, ma la ripartenza non segue un’unica traiettoria. Piuttosto, prende forma una crescita differenziata, dove specializzazione produttiva, grado di apertura internazionale e struttura dimensionale delle imprese determinano velocità molto diverse.
Brescia resta uno dei motori più dinamici della regione. Il quarto trimestre 2025 segna un recupero deciso della produzione industriale e del fatturato, sostenuto in particolare da meccanica, chimica e legno-arredo. La ripresa degli ordinativi indica un ritorno della domanda, anche se l’occupazione resta prudente, segnale di imprese ancora attente a consolidare margini e produttività prima di espandere la forza lavoro. Il sistema produttivo bresciano appare quindi in fase di riaccelerazione, ma con un approccio selettivo e orientato all’efficienza.
Bergamo vive invece una fase più equilibrata ma meno brillante sul fronte industriale. La crescita resta contenuta e fortemente influenzata dall’andamento della meccanica europea, mentre a sorprendere è la capacità di tenuta dell’artigianato, che nel corso del 2025 recupera terreno sia in termini produttivi sia occupazionali. È un segnale rilevante: nei contesti incerti, la flessibilità delle piccole imprese diventa un fattore competitivo capace di compensare le oscillazioni delle grandi filiere industriali.
Un terzo modello emerge dall’area Milano-Monza Brianza-Lodi, dove la manifattura mostra una crescita più legata all’integrazione con servizi avanzati e mercati internazionali. Milano chiude il 2025 con un aumento della produzione superiore alla media regionale e con un contributo decisivo dell’export, mentre Monza Brianza evidenzia una crescita più fragile, con ordinativi in rallentamento e segnali di cautela legati agli investimenti industriali europei. Lodi, al contrario, registra una performance particolarmente positiva sul fatturato e sugli ordini, dimostrando come anche territori meno centrali possano beneficiare della riorganizzazione delle filiere produttive.
L’ingresso nel quadro delle province di Cremona, Mantova e Pavia rafforza ulteriormente l’idea di una Lombardia industriale a più velocità, ma complessivamente orientata alla crescita. Mantova si distingue come uno dei territori più dinamici dell’intero panorama regionale, con una produzione industriale in forte espansione e risultati annuali sostenuti soprattutto dall’export. Cremona segue con una dinamica solida, sostenuta sia dal recupero della domanda interna sia dalla stabilità dei mercati esteri, mentre Pavia mostra una traiettoria più graduale ma particolarmente interessante per la forte accelerazione degli ordinativi internazionali, vero motore della crescita di fine anno.
Nel complesso, questi territori confermano una trasformazione in atto: la domanda estera torna a essere il principale fattore di stabilizzazione, mentre il mercato interno rimane più incerto e disomogeneo. Non a caso, molte imprese guardano al 2026 con fiducia sulla produzione e sull’export, ma mantengono prudenza sulle prospettive dei consumi domestici.
Anche il comparto artigiano restituisce un messaggio coerente su scala regionale. I dati consuntivi restano positivi quasi ovunque — dalla crescita registrata a Bergamo fino ai buoni risultati di Mantova, Cremona e Pavia — ma il sentiment degli operatori rimane cauto. L’aumento dei costi, l’incertezza della domanda e la volatilità internazionale continuano infatti a pesare sulle aspettative di breve periodo, spingendo molte imprese a privilegiare stabilità occupazionale e gestione prudente degli investimenti.
La sintesi dei diversi report racconta dunque una Lombardia che non cresce più in modo uniforme, ma attraverso poli produttivi complementari: territori export-driven, distretti artigiani resilienti e aree metropolitane integrate con innovazione e servizi avanzati. Il 2026 si apre così con una prospettiva nuova: non una semplice ripartenza ciclica, ma una fase di riequilibrio industriale in cui competitività internazionale, innovazione e capacità di adattamento determineranno quali territori riusciranno a trasformare i segnali positivi di fine 2025 in crescita strutturale.




