Dalia Technologies sviluppa soluzioni di intelligenza artificiale per customer care e knowledge management, con un approccio pragmatico orientato all’integrazione nei processi aziendali
Dalia Technologies, fondata a Milano nel 2024 da Emanuel Pitrotto ed Enrico Pisani, si è posta l’obiettivo di rendere l’intelligenza artificiale accessibile e realmente utile per le imprese. Ne parliamo con Emanuel Pitrotto.
Qual è la visione che guida il vostro approccio all’AI e quali esigenze concrete delle imprese avete scelto di affrontare prioritariamente?
«Partiamo da una premessa scomoda: l’intelligenza artificiale è diventata il tema più inflazionato del decennio. Tutti ne parlano, pochissimi sanno cosa farsene davvero. E questo non è un problema tecnologico – è un problema di cultura industriale.
La nostra scommessa è precisa. L’AI non si vende come visione, si consegna come risultato. Le imprese non hanno bisogno di un’altra demo impressionante, hanno bisogno che il cliente venga assistito in modo coerente anche alle 23 di domenica, che un nuovo commerciale possa accedere in pochi minuti al know-how che un collega ha accumulato in dieci anni, che la qualificazione dei lead smetta di dipendere dalla disponibilità di una singola persona, che la formazione interna non si blocchi ogni volta che cambia una risorsa chiave. Questi sono i problemi che abbiamo scelto di risolvere: concreti, misurabili, urgenti e trasversali. Li riconosce tanto l’imprenditore con venti dipendenti, quanto il direttore operations di una struttura complessa».
Molte aziende guardano all’intelligenza artificiale con interesse ma incontrano difficoltà nel passare dalla teoria all’applicazione operativa. Quali sono, nella vostra esperienza, gli ostacoli più frequenti?
«Il primo ostacolo non è nel software, è nella testa. Molti imprenditori percepiscono l’AI come qualcosa che appartiene a un altro mondo: Silicon Valley, grandi capitali, team di ingegneri. Questa percezione è sbagliata e, onestamente, è stata alimentata anche da chi aveva interesse a mantenerla.
Il secondo ostacolo è l’integrazione. Le aziende hanno già i loro sistemi – CRM, gestionali, piattaforme e-commerce – e la preoccupazione legittima è che adottare l’AI significhi rimettere mano a tutto. È una paura comprensibile, perché spesso i progetti tecnologici hanno tradito esattamente questa aspettativa. Il nostro approccio cerca di invertire questa logica: Dalia si connette all’esistente, si addestra sui dati reali dell’azienda e consente tempi di attivazione significativamente più contenuti rispetto a un’implementazione tecnologica tradizionale. Il terzo ostacolo è il più sottovalutato: la mancanza di un interlocutore che conosca davvero il contesto italiano. Non il mercato in astratto, ma le dinamiche reali delle PMI, il modo in cui le decisioni vengono prese, le resistenze culturali specifiche. Noi siamo italiani, lavoriamo con imprese italiane da anni, e questo non è un dettaglio folkloristico: è un vantaggio competitivo che si misura nel tasso di successo dei progetti».
Il knowledge management sta assumendo un ruolo sempre più strategico. In che modo le vostre soluzioni contribuiscono a valorizzare il patrimonio di competenze interne?
«C’è un rischio che quasi nessuna azienda ha quantificato: quanto vale il knowhow che vive solo nella testa delle sue persone chiave? Non in termini astratti, ma in termini di fatturato a rischio il giorno in cui quella persona non c’è più.
Dalia Brain nasce per rispondere a questa domanda in modo operativo. Non è un archivio documentale glorificato, è un sistema che comprende le domande, interpreta il contesto e restituisce risposte pertinenti in linguaggio naturale. È il cervello digitale dell’azienda: raccoglie decenni di competenze, procedure, best practice e le rende accessibili a chiunque, in qualsiasi momento. Hyundai Europa lo ha scelto per centralizzare la formazione. Ma il principio vale – e spesso vale ancora di più – per la PMI manifatturiera con trent’anni di competenza tecnica non documentata. Ogni interazione diventa dato strutturato: permette di individuare le lacune, comprendere quali conoscenze non sono ancora diffuse e orientare gli investimenti in formazione. È un sistema che impara mentre lavora. E più lavora, più diventa indispensabile».
Quali evoluzioni vi aspettate nell’integrazione dell’AI nei processi aziendali nei prossimi anni?
«La previsione che mi sento di fare con maggiore convinzione è questa: tra cinque anni non parleremo più di “adottare l’AI”, così come oggi non parliamo di “adottare internet”. Sarà infrastruttura: invisibile, data per scontata, e decisiva nella sua assenza.
La vera questione strategica per il sistema produttivo italiano non è se le imprese adotteranno l’AI, ma la velocità con cui lo faranno rispetto ai concorrenti europei e globali. Il vantaggio competitivo non lo costruisce chi arriva per primo alla tecnologia: lo costruisce chi la integra meglio nei propri processi, chi la fa dialogare con le proprie competenze distintive.
Le PMI italiane hanno qualcosa che nessun algoritmo può replicare: una profondità di know-how verticale e una relazione con il cliente e con il territorio che sono il risultato di decenni di lavoro. L’AI non sostituisce questo patrimonio, lo moltiplica. Ma solo se si smette di guardarla come una minaccia o come uno spettacolo e si inizia a trattarla come uno strumento. Il nostro lavoro è esattamente questo: togliere la retorica di mezzo e far funzionare le cose»




