Professioni green, come sta cambiando il mondo dell’energia e le nuove professioni
Negli ultimi anni lo scenario geopolitico è stato segnato da una forte instabilità. A partire dal conflitto russo-ucraino, scoppiato nel febbraio 2022, fino alla crisi mediorientale tra Israele e Palestina, la globalizzazione e la tenuta dei commerci internazionali stanno mostrando segnali di cedimento. Ad aggravare ulteriormente il quadro generale è intervenuta una nuova variabile: la svolta protezionista dell’Amministrazione statunitense, che solo di recente ha allentato la guerra commerciale con il gigante cinese, raggiungendo un accordo momentaneo sulle terre rare. Questi eventi hanno innescato una fase di grande incertezza, incidendo sia sulla volatilità dei mercati sia sulla sostenibilità economica di molti comparti industriali che, nonostante le misure a sostegno promosse dagli Stati, stanno sperimentando gli effetti di un nuovo scenario: quello della deglobalizzazione.
In questo contesto di profonda dinamicità, che mette in discussione gli equilibri globali e le partnership commerciali costruite negli ultimi decenni, il tema dell’energia è tornato al centro del dibattito politico ed economico internazionale. L’invasione russa dell’Ucraina ha messo in luce la fragilità strutturale dell’Europa rispetto alla propria dipendenza dal gas di Mosca, mentre la guerra in Medio Oriente ha fatto emergere le difficoltà di molte imprese – in particolare delle PMI – le quali, di fronte alla crisi del mercato interno, avevano rafforzato la loro presenza nei mercati cosiddetti emergenti.
Da tutto ciò è maturata una nuova consapevolezza: la transizione verso un sistema energetico sostenibile non rappresenta soltanto una scelta a favore dell’ambiente e della neutralità climatica, ma un modo per consolidare la sicurezza economica e l’autonomia strategica dell’intero continente.
L’Italia sembra muoversi nella giusta direzione. Se da un lato sta rafforzando le aree in cui da tempo detiene una posizione di leadership, come l’economia circolare e il riciclo dei materiali; dall’altro, è necessario che riesca a colmare il divario con gli altri Paesi europei nello sviluppo delle energie rinnovabili. Il percorso di riconversione dell’economia italiana risulta ancora troppo lento per garantire una piena indipendenza energetica e una stabilità dei prezzi, sebbene i dati mostrino segnali di incoraggiamento. Le rinnovabili hanno coperto il 36,8% della domanda di energia elettrica nazionale, con un’ulteriore crescita nel primo semestre del 2024 (+27,3% rispetto al 2023). In questo periodo, la produzione da fonti pulite ha raggiunto il 43,8% del fabbisogno, superando per la prima volta quella proveniente da fonti fossili 1.
A livello politico e normativo, l’Unione Europea ha reagito alla situazione energetica rafforzando il proprio impegno verso la transizione energetica e la riconversione industriale attraverso una serie di direttive mirate. Da un lato, il Green Deal Europeo 2, varato nel 2019, ha posto le basi di una strategia comune per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, fissando traguardi intermedi in materia di riduzione delle emissioni, efficienza energetica e sviluppo delle rinnovabili. Dall’altro, il piano REPowerEU 3, lanciato dalla Commissione nel 2022 in risposta alla crisi del gas, ha accelerato gli investimenti per diversificare le fonti di approvvigionamento e promuovere, nel lungo periodo, l’indipendenza energetica del continente. Inoltre, accanto agli obiettivi di decarbonizzazione, si è puntato a rafforzare il capitale umano e sociale, stimolando la nascita di nuove figure professionali e lo sviluppo di competenze specifiche capaci di guidare la trasformazione industriale in chiave sostenibile.
Negli ultimi anni il mercato del lavoro europeo ha iniziato ad adeguarsi ai profondi mutamenti legati alla transizione energetica. I dati sono inequivocabili. Secondo il quindicesimo Rapporto GreenItaly 4, realizzato dalla Fondazione Symbola assieme al contributo di Unioncamere e del Centro Studi Tagliacarne, alla fine del 2022 il 13,4% degli occupati in Italia era già impiegato in ruoli legati alla green economy, e nel 2023 il numero di nuovi contratti per queste figure ha raggiunto quasi la cifra di due milioni, rappresentando il 34,8% del totale. In generale, le figure green più richieste si concentrano nelle aree della logistica, della progettazione e sviluppo e nei settori tecnici. Sul fronte delle competenze verdi, su 5,5 milioni di contratti previsti, tali competenze sono risultate necessarie nel 79,4% dei casi.
A livello di indicatori territoriali, il Nord Italia continua a trainare il Paese per numero di attivazioni di green jobs. Nello specifico, la Lombardia si conferma la prima regione, con 440.940 nuovi contratti green previsti nel 2023, seguita da Veneto, Emilia-Romagna e Lazio, che insieme rappresentano il 52% delle attivazioni a livello nazionale. Anche il Centro Italia mostra una tendenza positiva, con un aumento del 12,6% delle attivazioni, pur restando indietro rispetto ad altre aree.
I settori in cui si stanno affermando i green jobs sono numerosi e diversi tra loro 5. Nel campo delle energie rinnovabili crescono le figure legate all’installazione e manutenzione di impianti solari, eolici e geotermici. Nel settore agricolo – che comprende anche pratiche ibride come l’agrivoltaico – oltre alla diffusione dell’agricoltura biologica e rigenerativa, si stanno affermando soluzioni innovative come l’utilizzo di droni per il monitoraggio delle colture o l’impiego di sensori per ottimizzare l’irrigazione. Anche l’edilizia sta vivendo una profonda trasformazione, con l’aumento della domanda di tecnici esperti in bioarchitettura, materiali naturali e certificazioni energetiche. Da segnalare inoltre la gestione dei rifiuti che sta evolvendo verso modelli di economia circolare, favorendo ruoli professionali legati al riciclo avanzato, al riuso e alla progettazione ecocompatibile. Cresce, infine, l’interesse per la mobilità sostenibile, con nuove competenze richieste nella progettazione di infrastrutture per veicoli elettrici e nella logistica a basso impatto ambientale.
Tuttavia, a fronte dei numerosi segnali incoraggianti, non mancano gli ostacoli. Uno dei principali riguarda la carenza di percorsi formativi adeguati. La transizione verde richiede competenze specialistiche che oggi risultano ancora insufficienti. A tal proposito, il sistema Informativo Excelsior rileva che entro il 2027 quasi 4 milioni di lavoratori dovranno possedere competenze green di un livello almeno intermedio o avanzato 6. Le istituzioni scolastiche si stanno gradualmente adeguando a queste nuove necessità: gli istituti tecnici superiori e molte altre scuole stanno avviando corsi dedicati alla sostenibilità, sebbene la domanda delle imprese superi di gran lunga l’offerta. È proprio per queste ragioni che servono investimenti massicci in formazione, orientamento e aggiornamento professionale, anche facendo leva su strumenti pubblici come il PNRR e i fondi europei per la transizione ecologica.
I green jobs rappresentano quindi non solo una risposta concreta alla crisi climatica, ma anche un vettore di sviluppo e un’opportunità strategica per il Paese. In un’Italia che deve affrontare diverse altre sfide come il declino demografico, la deindustrializzazione e le disuguaglianze territoriali, la crescita delle professioni legate all’ambiente può contribuire a stimolare una rigenerazione diffusa e sostenibile.




