Osservare, interpretare, anticipare. Poke House nasce da un’intuizione sulle nuove abitudini quotidiane. Dall’energia dei locali californiani alla costruzione di un brand internazionale tra social media, travel retail e l’ambizione di diventare il “rituale buono” della vita di tutti i giorni
Dalla California all’Europa, Vittoria Zanetti racconta l’intuizione dietro Poke House.
Quando era negli USA, il poke era già diffuso. Come ha capito fosse qualcosa di più di una semplice tendenza d’oltreoceano?
«Ho sempre viaggiato molto e ogni viaggio è stato un’occasione per osservare come le persone mangiavano, quali erano i trend e la loro cultura alimentare. Negli Stati Uniti ho scoperto il poke, e a colpirmi è stata l’energia che si respirava attorno: ragazzi giovani, attivi, che mangiavano queste coloratissime ed equilibrate bowls, che cercavano il benessere, dentro e fuori.
Quella combinazione di piacere e leggerezza mi ha colpita. Quando sono tornata in Italia, il mercato non era ancora pronto culturalmente, ma le abitudini alimentari stavano cambiando, le persone cercavano alternative e il poke rispondeva a quel bisogno. L’intuizione vera non è stata “portiamo il poke in Italia”, ma “portiamo in Italia un modo diverso di vivere il cibo quotidiano”. Il prodotto era il veicolo, il lifestyle era il messaggio».
L’esperienza gastronomica è sempre più parte del turismo. Quanto un brand come Poke House incide nel modo in cui una città viene vissuta? E quanto contano oggi i social media nel rafforzare il racconto?

«Moltissimo. Il poke è uno dei cibi più “instagrammabili” al mondo: colorato, abbondante, personalizzabile. Ma andrei oltre: da Poke House le persone si sentono a proprio agio. Quando sei in una città nuova ed entri in un nostro locale, sai già cosa aspettarti: cibo buono, energia positiva, benessere, accoglienza. Questo crea un senso di familiarità che rappresenta un valore enorme per chi viaggia. I social media oggi non amplificano solo la comunicazione del brand, ma anche l’esperienza delle persone. Un piatto fotografato a Milano che finisce sul feed di qualcuno a Madrid, Londra o Parigi è marketing organico autentico che nessuna campagna a pagamento può replicare. Per noi la community è sempre stata centrale: non vogliamo clienti, ma ospiti che si sentano parte di qualcosa».
Con l’apertura del franchising internazionale, entrate in una nuova fase di crescita. Come manterrete l’identità del brand nei diversi paesi?
«È la domanda che ci poniamo ogni volta che entriamo in un nuovo mercato, ed è la domanda giusta. Crescere velocemente è facile se si abbassano gli standard. Crescere bene è la vera sfida. La nostra identità si fonda su alcuni pilastri non negoziabili: qualità del prodotto, estetica degli spazi, modalità di accoglienza e senso di positività.
Questi elementi devono essere coerenti a Barcellona, Londra, Miami o Rotterdam. Ciò che può adattarsi è il contesto: gusti locali, abitudini di consumo, orari. In Portogallo il pranzo ha ritmi diversi rispetto all’Italia, in Romania il delivery incide in modo differente sul fatturato. Il franchising internazionale funziona solo se i partner condividono in profondità la visione del brand, non solo il manuale operativo.
Abbiamo impiegato anni per costruire una logistica centralizzata, un modello operativo replicabile e una brand identity solida. Ora possiamo accelerare, mantenendo la stessa attenzione con cui abbiamo aperto il primo store in zona Isola a Milano».
Aeroporti, stazioni e luoghi di passaggio sono centrali per il consumo. Come si inserisce il travel retail nella vostra strategia?
«Abbiamo aperto il primo store a Malpensa, poi a Gare de Lyon in Francia e stiamo lavorando ad altre aperture in aeroporti e stazioni, in Italia e in Europa. Chi si trova in questi luoghi corrisponde perfettamente al nostro consumatore ideale: una persona in movimento, curiosa, che non vuole perdere tempo ma non vuole rinunciare a mangiare bene.
Esiste però una sfida importante: nei contesti di transito l’esperienza deve essere ancora più efficiente, con tempi di attesa ridotti, chiarezza dell’offerta e capacità di gestire picchi di traffico senza perdere qualità. Sono ambienti che mettono alla prova qualsiasi brand di ristorazione e ci stiamo preparando con la stessa cura che dedichiamo a ogni nuova apertura.
Il travel retail non è un canale secondario: è il luogo in cui si incontrano persone da tutto il mondo e ogni interazione rappresenta un’opportunità per costruire brand awareness internazionale in modo autentico».
Come evolverà l’esperienza culinaria fuori casa e quale spazio vuole conquistare Poke House?
«Le persone desiderano sempre più che il cibo fuori casa diventi parte di un rituale quotidiano che le faccia stare bene, senza dover scegliere tra piacere e salute. Il futuro del fast casual non è più solo “veloce e conveniente”: è veloce, conveniente, buono, sostenibile, bello da vedere e da vivere.
Le persone costruiscono i propri rituali alimentari come scelgono uno stile di vita: il lunedì pilates, il martedì poke, il mercoledì aperitivo. Poke House vuole essere questo: il rituale buono di ogni giorno. Vogliamo diventare un punto di riferimento globale per i food ritual quotidiani. È un obiettivo ambizioso, ma è esattamente ciò per cui lavoriamo».




