Dalla governance pubblico-privata al welfare culturale: Francesca Bazoli, presidente di Fondazione Brescia Musei, disegna il museo del futuro, un hub civico gratuito per i residenti, motore di inclusione e sviluppo urbano
La cultura può diventare un’infrastruttura civile, un luogo di welfare, uno strumento di coesione sociale e persino una leva economica. È da questa idea che Fondazione Brescia Musei ha costruito negli ultimi anni il proprio modello di gestione, diventato uno dei casi più osservati del panorama museale italiano.
Dopo l’esperienza di Bergamo-Brescia Capitale Italiana della Cultura 2023, la presidente Francesca Bazoli riflette sul rapporto tra patrimonio e comunità, sul ruolo pubblico dei musei e sulla necessità di nuove forme organizzative per rendere sostenibile il sistema culturale italiano.
Brescia ha attraversato il passaggio delicato dal “grande evento” alla continuità. Dopo l’esperienza di Capitale italiana della Cultura, cosa è rimasto in termini strutturali e cosa, invece, rischia di disperdersi rapidamente?

«Il lascito più significativo è una nuova consapevolezza da parte degli stessi cittadini bresciani. La consapevolezza che esista una dimensione collettiva della città che si arricchisce grazie al patrimonio culturale e che questa leva possa diventare un motore di sviluppo sociale ed economico molto forte.
La città lavorava sul patrimonio da decenni, almeno dalla fine degli anni Settanta, con la progettazione del museo di Santa Giulia e con un lungo lavoro di restituzione e valorizzazione del patrimonio storico e artistico. Ma a questo grande investimento non si era ancora accompagnata una consapevolezza così diffusa di quanto il patrimonio potesse incidere sulla crescita della comunità.
L’esperienza di Capitale della Cultura ha reso evidente tutto questo. Ha valorizzato un lavoro che la città e la Fondazione stavano già facendo e ha rafforzato l’idea di un’identità culturale che non esclude, ma crea comunità. Un’identità civile, aperta, che accoglie chi arriva sul territorio e lo rende parte di un’identità condivisa».
Fondazione Brescia Musei viene spesso indicata come un modello di gestione integrata. Quali sono gli elementi che oggi rendono sostenibile un sistema museale, anche dal punto di vista economico e organizzativo?
«Brescia Musei è uno dei pochi esempi italiani di affidamento integrato dei musei civici a una fondazione pubblico-privata. Non si tratta soltanto della gestione dei servizi, ma della gestione complessiva dei musei.
La Fondazione riunisce il Comune di Brescia, la Fondazione CAB, la Fondazione ASM e la Camera di Commercio. Questo significa che la gestione del patrimonio viene percepita non come un compito esclusivo dell’amministrazione pubblica, ma come una responsabilità condivisa. Da qui nasce anche il nostro modello di fundraising: non il sostegno a singoli eventi, ma una partecipazione al progetto culturale complessivo della fondazione su base pluriennale.
Presentiamo un programma triennale di attività e chiediamo agli imprenditori e ai professionisti della città di accompagnarci in questa prospettiva. Questo sistema permette programmazione, stabilità e continuità. Ed è anche un modo per tenere il museo profondamente connesso alla vita economica e sociale della città. I nostri spazi sono vissuti quotidianamente, ospitano incontri, relazioni, attività di impresa. Il museo diventa così un luogo vivo, attraversato dalla comunità».
Negli ultimi anni ai musei viene chiesto sempre più di essere attrattori turistici, spazi civici, luoghi educativi e persino motori urbani. C’è il rischio di caricarli di funzioni che non riescono più a sostenere?
«Secondo me, no. Anzi, questa è una sfida bellissima. Significa riportare il patrimonio culturale al centro della vita civile contemporanea. Naturalmente serve una struttura organizzativa adeguata. In Italia siamo abituati a pensare al direttore di museo come a uno straordinario esperto di storia dell’arte o di beni culturali, ma oggi gestire un museo significa anche coordinare attività molto complesse.
Occorrono competenze organizzative, capacità manageriali, una governance efficiente. Noi abbiamo lavorato molto sulla dimensione sociale del museo. Dopo Capitale della Cultura, abbiamo introdotto la gratuità per i residenti, proprio perché crediamo che i musei debbano essere prima di tutto luoghi della comunità.
Accanto a questo, abbiamo sviluppato attività educative, campus per bambini e adolescenti durante i periodi di chiusura delle scuole, progetto legati al welfare culturale e sanitario, percorsi sull’alzheimer e sulle fragilità sociali, attività con i detenuti e con le persone senza fissa dimora. Credo che il patrimonio culturale abbia una potenzialità enorme anche sul piano del benessere e della coesione sociale. Per un paese come l’Italia, ricchissimo di musei e monumenti, questa può diventare una caratteristica distintiva molto forte».
La cultura continua a essere raccontata come investimento strategico, ma resta uno dei settori più fragili sul piano delle risorse e della programmazione. Cosa manca oggi per fare un salto di scala reale?
«Il nostro caso dimostra che molte cose si possono fare, certo esistono qui anche condizioni favorevoli che vanno riconosciute: un patrimonio straordinario, un tessuto imprenditoriale forte, una governance pubblico-privata efficace e un’amministrazione comunale molto sensibile al ruolo sociale dei musei.
Tutto questo, però, indica anche una direzione. Servono strumenti capaci di coinvolgere i privati, maggiore efficienza organizzativa e una struttura gestionale più solida dentro le istituzioni culturali. Naturalmente senza perdere di vista la funzione fondamentale dei musei: conservare, studiare e valorizzare il patrimonio. Quello resta il presupposto di tutto».




