Fondazione Feltrinelli: dare voce ai territori che cambiano

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Come la ricerca sui territori in trasformazione diventa strumento concreto per chi rischia di restare indietro

Fondata nel 1949 da Giangiacomo Feltrinelli come biblioteca per lo studio della storia contemporanea e dei movimenti sociali, la Fondazione che porta il suo nome è oggi uno dei principali centri europei di ricerca su economia, politica e trasformazioni sociali. Tra i suoi strumenti più attivi c’è l’Osservatorio Nuove Economie e Territori, che monitora l’impatto delle grandi transizioni – ecologica e digitale – sulle filiere produttive e sulle comunità locali, con un metodo insolito: non studiare i cambiamenti da lontano, ma andare fisicamente dove accadono. Ne parliamo con Francesca Gabbriellini, coordinatrice e project manager dell’Osservatorio.

Può raccontarci come funziona concretamente il vostro lavoro?

«Si parte dalla ricerca: abbiamo economisti, sociologi, antropologi che si dedicano alle nuove economie e all’analisi dell’impatto delle grandi trasformazioni, soprattutto delle transizioni ecologica e digitale. Successivamente viene quella che chiamiamo “abilitazione delle voci”: aprire spazi di confronto in cui le evidenze scientifiche entrano in contatto con i corpi vivi – le associazioni, le comunità, le istituzioni locali – attraverso forum, workshop e iniziative eterogenee. Il ciclo si chiude con la disseminazione dei risultati: pubblicazioni digitali, podcast, video, libri e legacy editoriali che restituiscono il lavoro fatto».

La doppia transizione, ecologica e digitale, sta ridisegnando intere filiere produttive. Chi rischia di restare indietro? Quali categorie e perché?

Francesca Gabbriellini

«Cerchiamo di restare concentrati sulle persone: al centro c’è chi delle transizioni beneficia e chi, al contrario, rischia di perdere diritti. Quello che ci interessa è andare al cuore delle disuguaglianze, capendo quali meccanismi le contrastano o le amplificano. Quando parliamo di transizione ecologica, l’occhio è particolarmente attento alle lavoratrici e ai lavoratori dei comparti hard to abate, cioè tutte quelle filiere in crisi strutturale o che hanno l’urgente necessità di decarbonizzarsi per avere un futuro, come l’automotive. Per la transizione digitale, il rischio riguarda sia chi non vede per sé un processo di reskilling o upskilling, sia il mondo della produzione culturale. Essendo a stretto contatto con il mondo editoriale, ci interessa capire come si compone e si costruisce la conoscenza, l’impatto del digitale su chi fruisce e produce cultura, e soprattutto quali nuovi lavori possono nascere in questa congiuntura».

Su quali tipologie di territori puntate l’attenzione?

«Ci anima l’idea di fare un “viaggio in Italia”, cercando di toccare territori molto diversi. Il nostro metodo è stare in atteggiamento di pieno e umile ascolto, facilitati da comitati o gruppi di persone del luogo che ci aiutano a entrare nelle comunità. In Lombardia, quest’anno, abbiamo concluso Radici Future, un progetto in Valtellina e Valchiavenna che ha esplorato le sfide delle aree montane su tre assi: cultura, economia e turismo. Ora, tra l’altro, stiamo lavorando anche a Taranto, forse l’emblema più potente della trasformazione produttiva della manifattura mondiale vista la filiera dell’acciaio, e a L’Aquila. Territori apparentemente lontanissimi, ma accomunati dall’essere luoghi di frontiera: là

dove gli effetti delle grandi trasformazioni si manifestano prima e dove possiamo provare a leggerli e, talvolta, persino a prevenirli».

Quali leve ritenete strategiche oggi per tradurre la formazione delle persone in un motore di crescita sociale e territoriale?

«Nei nostri lavori è sempre centrale il tema delle competenze. Cerchiamo di

porre al centro il ruolo dei luoghi della formazione. Da un lato, guardiamo con attenzione alle scuole di ogni ordine e grado: con la sezione education forniamo attività e kit didattici su lavoro e diritti per i più giovani. Dall’altro, lavoriamo a stretto contatto con organizzazioni sindacali e associazioni di categoria. Quando parliamo di reskilling e formazione continua,

dobbiamo chiederci cosa serve alle lavoratrici e ai lavoratori del futuro, ma anche a quelli del presente, per reggere l’urto delle grandi trasformazioni. La scuola al centro, dunque, insieme a tutte le organizzazioni che accompagnano le persone in questo percorso di apprendimento continuo».

Un’esperienza concreta che l’ha particolarmente colpita sulla capacità di un territorio di reinventarsi?

«Siamo sempre stravolti positivamente dalla ricchezza che incontriamo, dallo scarto tra progettazione delle attività sulla carta e realtà.

Voglio citare, ad esempio, un percorso condiviso con l’amministrazione comunale di Vittorio Veneto, all’interno del festival Works. Una città di 25mila abitanti, profondamente attraversata dalla deindustrializzazione della manifattura. Siamo arrivati aspettandoci complessità e difficoltà: abbiamo trovato una comunità straordinariamente viva, con nuove imprese nate negli spazi lasciati vuoti dalla manifattura e una voglia di confronto che ci ha sorpreso. Una comunità attenta non solo a conservare il patrimonio post-industriale, ma a progettare il futuro, consapevole della sfida della questione intergenerazionale.

Uno dei bisogni che emergeva con più forza? Un calendario degli eventi condiviso, perché le iniziative erano talmente tante da sovrapporsi. È un segnale piccolo, ma ci dice tutto sulla vivacità di certi territori e sull’utilità di creare spazi in cui quella energia possa incontrarsi e organizzarsi».

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Immagine di Irene Canziani
Irene Canziani
Giornalista freelance, scrive di innovazione, imprese e tecnologie emergenti, con un focus sui contesti B2B e sulle economie locali. Si occupa anche di editing e fact-checking di articoli e analisi, oltre che di pianificazione editoriale per grandi brand e progetti corporate.

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